Silvia Raldi, il mio servizio counseling

Ciao sono Silvia, Counselor maieutica e parental counselor per genitori e persone in cerca della propria direzione e del proprio passo, senza perdere la bussola.

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Mio figlio adolescente è viziato? L'errore che lo fa sembrare così

21 Ottobre 2026 •   

Sono le nove di sera e tuo figlio ti chiede di uscire sabato fino a tardi. Tu dici di no, con un buon motivo. Lui insiste e tu ripeti il no, un po' meno convinta. Lui alza la voce, sbatte la porta, torna dopo dieci minuti e riprova.

Alla terza volta cedi: «E va bene. Ma è l'ultima volta».

Poi vai a dormire con una sensazione strana nello stomaco, e magari ti torna in mente quella frase sentita da tua suocera, da un'insegnante o da un'amica al parcheggio della scuola: questi ragazzi sono viziati.

La parola gira parecchio, ormai da tempo. La sento spesso anche nei miei colloqui di parent counseling, quasi sempre a mezza voce, come una cosa che ci si vergogna un po' a dire: «Forse l'ho viziato io».

Appiccicata addosso a un figlio adolescente, quella parola non spiega quasi niente e sposta lo sguardo su di lui, mentre la cosa che puoi davvero cambiare è da un'altra parte.

In questo articolo guardiamo insieme quell'altra parte: un errore che fanno tantissimi genitori presenti, affettuosi e in buona fede, e che nessuno ti ha insegnato a riconoscere, perché nel momento in cui lo commetti sembra la scelta più ragionevole del mondo. Poi vediamo cosa si può fare, a partire da questa sera.

L'errore: il no che diventa sì alla terza insistenza

Dici no, lui insiste, tu cedi. Quasi mai alla prima richiesta: succede alla terza, alla quinta, quando la discussione ormai occupa tutta la cucina. E quello che tuo figlio impara, senza che nessuno dei due se ne accorga, è una regola molto chiara: in questa casa, per ottenere le cose, basta insistere abbastanza a lungo.

Non c'è niente di strano in questo: ha semplicemente capito come funziona il sistema in casa vostra e lo usa, come farebbe chiunque al suo posto. Anzi, il fatto che il sì arrivi solo ogni tanto rende l'insistenza ancora più tenace. In psicologia si parla di rinforzo intermittente: un comportamento premiato a volte sì e a volte no è molto più difficile da spegnere di uno premiato sempre.

L'errore prende tante forme, e probabilmente ne riconoscerai almeno una.

Togli il telefono per una settimana nel momento della rabbia, poi ti accorgi che è insostenibile (devi avvisarlo per l'allenamento, litigate ogni sera) e glielo ridai dopo due giorni.

Avevi detto che le scarpe da centocinquanta euro non gliele avresti comprate, poi le compri dicendoti che a scuola ce l'hanno tutti e che almeno su quello non deve sentirsi escluso.

Avevi deciso che i compiti erano affar suo, ma la sera prima della verifica lui va in crisi e l'esercizio lo finisci tu.

Ti eri ripromessa di lasciargli affrontare da solo le conseguenze a scuola, poi arriva una nota che ti sembra ingiusta e chiami tu l'insegnante.

Sono gesti diversi, tenuti insieme da un filo unico: una cosa che avevi deciso e che poi non ha retto.

Perché ci caschi, anche sapendo che non dovresti

Se ti riconosci in queste scene, non significa che hai sbagliato tutto come madre o come padre. Ci sono almeno quattro buone ragioni per cui un genitore finisce esattamente lì.

La prima è la stanchezza: dopo il lavoro, la cena e la lavatrice, tenere un no costa un'energia che spesso non c'è più. Cedere ti consente venti minuti di pace, e in quel momento quei venti minuti valgono tantissimo.

La seconda è il copione invisibile che ti porti dietro dal modo in cui sei cresciuta. Se in casa tua i no arrivavano urlati, o senza una parola di spiegazione, oggi ti ritrovi a volere l'opposto. E nel tentativo di non essere il genitore rigido che hai avuto, finisci dall'altra parte della strada.

La terza sono i consigli contraddittori: un libro ti dice di ascoltare e negoziare, tua madre ti ricorda che alla tua età certe cose non si chiedevano nemmeno, il gruppo delle mamme della classe si divide in due partiti. Con tutte queste voci addosso, la rotta si perde facilmente.

La quarta è la paura: che un no di troppo lo allontani ancora di più, che smetta di parlarti del tutto, che quella porta chiusa diventi definitiva. È una paura legittima, ma diventa una pessima consigliera quando decide al posto tuo.

Sono quattro ragioni comprensibili, eppure il risultato in casa resta lo stesso.

Cosa succede quando il no non regge

Il prezzo non si vede subito ma si accumula, come una deviazione di pochi gradi che all'inizio sembra niente e dopo cento chilometri ti ha portato in un'altra valle.

  • La prima cosa che cambia è il volume: se la richiesta ripetuta funziona, tuo figlio impara a ripeterla sempre più spesso e sempre più forte. Non per cattiveria, ma perché ha funzionato.
  • La seconda è più sottile e riguarda te: ogni volta che cedi, ti resta dentro un residuo di rabbia, che non sparisce: si deposita, e salta fuori due giorni dopo per una felpa lasciata sul divano, con un'intensità sproporzionata al problema. Molti genitori oscillano così tra due estremi: lasciano passare, lasciano passare, e poi esplodono per una sciocchezza. A quel punto arriva il senso di colpa, che porta a lasciar passare di nuovo, e il circolo ricomincia.
  • La terza è quella che fa più male: tuo figlio smette di prenderti sul serio. Quando le tue parole non reggono, lui smette di ascoltarle e ogni frase diventa l'apertura di una contrattazione estenuante.

Un ragazzo che non trova mai un limite solido non si sente libero: si sente solo. In una fase in cui il corpo cambia, le amicizie si complicano, la scuola pesa e dentro succede un terremoto, ha bisogno di sapere che c'è qualcosa di fermo. I limiti non servono a chiuderlo in un recinto: gli dicono che il mondo ha dei confini, che ci sono perimetri di azione che tutelano tutti, anche lui.

Invece quando i paletti si spostano ogni volta che spinge, il messaggio che arriva è tutt'altro: qui dentro decido io, e nessuno mi regge. A quindici anni, con un cervello che sta ancora maturando proprio nelle aree che governano autocontrollo e pianificazione, è una responsabilità poco gestibile da portare da soli.

Ascoltare e decidere sono due cose diverse

Nessuno di questi comportamenti nasce da troppi regali o troppi permessi. Nasce dall'assenza ripetuta di un limite che regge anche quando lui insiste, si arrabbia o semplicemente non è d'accordo.

Questo non significa diventare rigidi, né smettere di ascoltarlo. Ascoltare le sue ragioni è un conto, lasciare che sia lui a decidere al posto tuo, è un altro. Puoi accogliere la sua rabbia per un orario che non gli piace e tenere fermo quell'orario: le due cose stanno benissimo insieme, ed è proprio la loro combinazione che i ragazzi, anche mentre protestano, riconoscono come un punto di riferimento affidabile. Gli studi sugli stili educativi la chiamano stile autorevole, e la distinguono sia da quello autoritario (regole senza ascolto) sia da quello permissivo (ascolto senza regole).

Nel mio lavoro la chiamo fermezza amorevole: dire no senza urlare e senza sensi di colpa. Non è un talento innato, ma una serie di scelte concrete che puoi allenare a partire da questa settimana.

Il tuo ruolo, in questo tratto di strada, somiglia a quello di chi tiene il timone mentre il tempo cambia. Il vento non lo decidi tu: decidi la direzione, e la tieni anche quando a bordo, qualcuno protesta.

Se preferisci avere tutto questo in forma di guida da tenere sotto mano, ho preparato una mini guida gratuita sui confini con i figli adolescenti.

Come dire di no a un figlio adolescente: pochi no, ma mantenuti

Passare dal cedere sempre, all'irrigidirsi su tutto non funziona: porta soltanto a uno scontro, e l'ho visto succedere molte volte. La direzione è un'altra: dire meno no e mantenere quelli che dici.

Decidi prima, non durante

Una regola discussa mentre entrambi avete la voce alta non è una regola, ma una trattativa in mezzo a una tempesta: il momento meno adatto per leggere una mappa.

Le poche cose che per te sono davvero importanti (a che ora si rientra, dove sta il telefono di notte, cosa va fatto prima di uscire il sabato) si decidono a freddo: una domenica mattina, in macchina, davanti a un caffè. Con un adolescente conviene anche ascoltare cosa ne pensa prima di fissarle, e rivederle man mano che cresce: una regola a cui ha partecipato la sente più sua, anche se l'ultima parola resta a te.

Si decidono insieme all'altro genitore, quando c'è: due adulti che dicono cose diverse sono l'invito più chiaro del mondo a provare con quello più morbido.

Decidi su cosa non cedi, e lascia correre il resto

Non tutto merita un no. La felpa sul divano, la musica alta nel pomeriggio, il disordine nella sua stanza: se tieni il punto su tutto, consumi la tua autorevolezza su cose che tra cinque anni non ricorderai.

Tieni la fermezza per ciò che riguarda la sicurezza, il rispetto delle persone in casa e gli impegni presi: su quelli non si tratta. Su tutto il resto puoi permetterti di lasciar correre: è una scelta, non una resa.

Di' il no una volta sola e spiegalo una volta sola

Dai la tua risposta, accompagnala con una ragione breve e poi smetti di argomentare. È la parte più difficile.

Non perché tu debba essere dura, ma perché ogni spiegazione dopo la prima, suona come un'apertura, e tuo figlio la sente benissimo: alla quarta spiegazione ha già capito che la porta si sta aprendo.

Se insiste, puoi riconoscere quello che prova e ripetere la stessa frase, con lo stesso tono, senza aggiungere altro: «Capisco che ti dispiaccia. La risposta resta no. Se vuoi, ne riparliamo domani».

Può sembrare una cosa irrilevante, ma è quella che cambia di più, ed è anche la più faticosa da reggere le prime volte.

Dai conseguenze piccole, che puoi davvero mantenere

La settimana senza telefono annunciata nel momento della rabbia, come abbiamo visto, non regge quasi mai. E quando la ritiri dopo due giorni, gli hai insegnato che le conseguenze annunciate non arrivano.

Meglio una conseguenza piccola, immediata e collegata a quello che è successo, che regga fino alla fine: il telefono resta in cucina stasera, sabato si rientra un'ora prima. Una conseguenza che mantieni insegna molto di più di una punizione sproporzionata che poi ritiri, e che ha l'unico risultato di provocare un profondo risentimento nei tuoi confronti.

Altri quattro gesti che sembrano buon senso (e come correggerli)

Il no che cede alla terza insistenza non è l'unico modo in cui un limite smette di reggere. Ci sono altri quattro gesti che incontro in quasi ogni famiglia, e che condividono lo stesso meccanismo.

Riordinare la sua camera mentre è a scuola

Non reggi il disordine, o forse lo reggi, ma non reggi un'altra discussione sull'argomento. Così, mentre lui è a scuola, sistemi tu.

Sembra il modo più semplice per evitare uno scontro che in fondo non vale la fatica, ma a lui arriva un messaggio diverso: le cose si sistemano da sole, e le sue responsabilità se le prende comunque qualcun altro. Poi ti chiedi perché non muova un dito, senza vedere il filo che lega le due cose.

Cosa fare. Restituiscigli la responsabilità con un cambio concreto, comunicato una volta sola e senza drammi: «Da questa settimana la tua camera la tieni tu. Io non ci metto più mano, nemmeno quando è in disordine». Il risultato non deve essere perfetto: deve essere suo.

L'inciampo più comune è il «solo stavolta gliela sistemo io, tanto domani ha l'interrogazione»: basta un'eccezione per rimettere in moto il vecchio meccanismo. Aspettati anche una fase di disordine più marcato prima che trovi un suo equilibrio: fa parte del passaggio e non significa che la strada scelta sia sbagliata.

Chiedergli se gli va bene, invece di dirgli come sarà

«Cosa ne dici se stasera torni alle undici?» La domanda nasce da un'intenzione bellissima: coinvolgerlo, ascoltarlo, non imporre dall'alto.

Se però l'orario l'hai già deciso, a un ragazzo di quattordici anni quella frase arriva come un invito a decidere una cosa che tocca a te. Il limite diventa un'opinione tra le altre, la sua contro la tua, ed è naturale che provi a farla vincere. Lui risponde che alle undici è presto, che tutti gli altri stanno fuori fino a mezzanotte, e la conversazione che segue non parla più dell'orario, ma di chi ha ragione.

Cosa fare. Se la decisione l'hai già presa, trasforma la domanda in una comunicazione chiara: invece di «cosa ne dici se rientri alle undici?», «rientri alle undici».

La negoziazione resta, ma si sposta dopo la decisione: «Se hai buoni motivi per chiedermi un orario diverso, portameli con calma e ne parliamo. La decisione finale, però, la prendo io».

L'inciampo più comune è confondere fermezza e freddezza. Il tono può essere caldo e morbido quanto vuoi, mentre la decisione resta tua.

Non chiedergli niente in casa perché «ha già la scuola»

Nessuna incombenza fissa, tutto già apparecchiato, letteralmente e non solo. Lo studio è tanto, pensi: perché aggiungere altro in una fase così impegnativa?

Sembra un modo per alleggerirlo, ma in concreto gli togli uno spazio importante in cui sentirsi utile e capace. Quella sensazione i ragazzi la costruiscono anche con piccole responsabilità concrete, non soltanto con i voti. E poi arriva la frase che conosci bene, «non fa mai niente in casa», detta con la stessa energia con cui mesi prima avevi deciso di non chiedergli nulla per proteggerlo.

Cosa fare. Assegnagli un compito fisso, piccolo e reale. Non un favore occasionale, ma una responsabilità riconoscibile come sua: apparecchiare ogni sera, portare fuori la spazzatura, occuparsi della lavastoviglie due sere a settimana.

Comunicalo come un dato di fatto: «Da lunedì la lavastoviglie, il martedì e il giovedì, è compito tuo» funziona meglio di «ti andrebbe di darmi una mano ogni tanto?». Tienilo fuori dalla contabilità dei voti: non è un premio né una punizione, ma la sua parte in una casa che tutti contribuiscono a far funzionare. I primi giorni probabilmente si lamenterà, o se ne dimenticherà: non è un motivo per tornare indietro o per farlo al posto suo.

La storia di Francesca e di sua madre

Qualche tempo fa ho accompagnato una mamma preoccupata per la figlia, che qui chiamerò Francesca, sedici anni.

Francesca era studiosa, con ottimi risultati a scuola, e in casa non muoveva un dito. La sua camera era, nelle parole della mamma, un territorio dove nessuno osava entrare, e nessuno le chiedeva niente perché «deve studiare, non ha tempo per altro». Tutto era organizzato dalla mamma, che intanto teneva insieme il lavoro, la casa e l'accudimento dei propri genitori anziani.

Era orgogliosa dei risultati di Francesca, ma anche sopraffatta. Avrebbe avuto bisogno di una mano, anche solo per svuotare la lavastoviglie, ma quasi non osava chiederla: le sembrava ingiusto pretendere qualcosa da una figlia già impegnata su tutti i fronti. Finché, una sera, è scoppiata.

Il primo passo è stato riconoscere che proteggere Francesca dalle incombenze di casa non la stava aiutando: la privava di un modo di sentirsi capace diverso dai voti. Il secondo è stato più faticoso per la mamma che per Francesca: smettere di scusarsi in anticipo e assegnarle un paio di compiti fissi, comunicati come un dato di fatto e non come un favore.

Le prime settimane non sono state indolori. Francesca ha protestato, ha detto che non era giusto, che aveva già abbastanza pressione con la scuola. La mamma ha retto, senza durezza: è rimasta disponibile ad ascoltarla, senza tornare indietro sulla decisione.

Nel giro di un mese mi ha scritto che a cena qualcosa era cambiato: meno tensione accumulata durante il giorno e una figlia che, senza dirlo apertamente, sembrava più a suo agio nel dare una mano invece di riceverla soltanto. E lei, per la prima volta da tempo, si sentiva meno sola nel tenere in piedi la casa.

Accorgerti dell'errore e punirti

C'è poi un gesto meno visibile degli altri, ma altrettanto frequente. Dopo l'ennesima resa ti dici: sono io che ho sbagliato tutto, l'ho cresciuto io così.

Sembra un'assunzione di responsabilità, e riconoscere ciò che non funziona è un passo importante. Da sola, però, quella frase gira a vuoto: non porta nessuna decisione diversa per domani, ti fa sentire più stanca e lascia la casa esattamente com'era. E ha un effetto collaterale: un genitore in colpa tende a cedere di più, perché la resa successiva diventa un modo per farsi perdonare quella precedente.

Cosa fare. La prossima volta che ti sorprendi a pensare «ho sbagliato tutto io», prova a fermare quel pensiero e a sostituirlo con una domanda pratica: «Cosa farò di diverso la prossima volta che succede?».

Hai già ceduto per anni? Si può sempre rimediare

So che, leggendo fin qui, qualcuna sta già pensando: io ho ceduto per anni, ormai è tardi. Non è così: riparare fa parte del mestiere di genitore.

Puoi tornare da tuo figlio il giorno dopo e dirgli una cosa semplice: «Ieri sera ho detto sì perché ero stanca, e non era la risposta giusta. Da adesso, su questa cosa, faccio così».

Un genitore che ammette un passo falso e poi mantiene la direzione insegna due cose preziose insieme: che gli adulti sbagliano e che si può rimediare. Non serve essere perfetti. Serve essere quello che il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott chiamava un genitore «sufficientemente buono»: uno che sbaglia, ripara e va avanti.

Le domande che mi fanno più spesso

Se smetto di cedere, a casa litigheremo di più?

È una preoccupazione legittima, e nel breve periodo ha un fondo di verità. Un ragazzo che ha imparato che insistere funziona, all'inizio insisterà ancora di più, per verificare se la regola è cambiata davvero o se basta alzare un po' il volume. È un picco prevedibile, che di solito precede il cambiamento: se proprio in questa fase cedi, gli insegni che serve insistere ancora più forte.

La fase di verifica, di solito, dura meno di quanto si tema. Superata quella, la maggior parte dei ragazzi si assesta su un clima più prevedibile: sanno cosa aspettarsi, e questo riduce le battaglie quotidiane invece di moltiplicarle.

Sono cresciuta con regole rigide e sono venuta su bene: perché cambiare?

Su una cosa hai ragione: anche allora funzionava un limite che reggeva. Ma a funzionare era la coerenza del limite, non la durezza con cui arrivava. Gli studi sugli stili educativi lo confermano da decenni: i risultati migliori arrivano dove fermezza e calore stanno insieme, mentre la rigidità senza ascolto ha costi che spesso si vedono solo più avanti, nella fiducia e nel dialogo.

Tornare a un limite fermo, quindi, non ti chiede di ripetere la rigidità di allora, ma di scegliere, tra i mille sì possibili in una giornata, i pochi no che vale la pena reggere fino in fondo.

E se l'altro genitore non è d'accordo?

È un problema reale: un ragazzo che riceve due risposte diverse impara in fretta a quale porta bussare. Ma non devi convincere nessuno prima di iniziare.

Quello che puoi fare è scegliere una cosa sola, la più piccola possibile, e portarla all'altro genitore non come una regola da imporre ma come una domanda: «Su questa cosa, cosa decidiamo noi due?». Una domanda apre una conversazione, una regola già decisa apre una discussione.

Se anche così non trovate un accordo, puoi comunque cambiare il tuo modo di stare in quelle situazioni. Non è l'ideale, lo so, ma il tuo pezzo di strada lo puoi percorrere anche prima che l'altro sia pronto a camminarti accanto. L'importante è non screditarlo davanti a vostro figlio: le divergenze si discutono tra adulti.

Nella mia esperienza, capita spesso che quando un genitore inizia a mantenere la direzione con calma, l'altro si avvicini da solo, perché vede che in casa qualcosa funziona meglio.

Da ricordare

Di tutto quello che hai letto, salva queste quattro righe:

  • La parola «viziato» ti fa guardare tuo figlio, mentre la cosa che puoi cambiare è il modo in cui i no reggono in casa.
  • Cedere alla terza insistenza insegna che insistere funziona, e tuo figlio lo impara benissimo.
  • Pochi no, detti una volta sola e mantenuti, valgono più di tanti no che si spostano.
  • Un limite che regge dà a tuo figlio un punto fermo da cui allontanarsi sapendo dove tornare.

Dove si va da qui

L'adolescenza di tuo figlio è un territorio che nessuno dei due ha mai attraversato prima. È normale sentirsi disorientati, ed è normale che la mappa che avevi per l'infanzia qui non funzioni più. Quello che serve è una bussola: poche indicazioni chiare, che tengano anche nei giorni difficili.

Se vuoi un punto di partenza concreto, ho preparato una mini guida gratuita sui confini con i figli adolescenti: come sceglierli, come comunicarli e come mantenerli senza urlare e senza sentirti in colpa.

Una mamma che ho accompagnato mi ha scritto: «Il rapporto con mia figlia è migliorato tantissimo. Fino a qualche mese fa non mi parlava più ed era molto conflittuale. Ora invece mi cerca, si apre con me e mi chiede consigli».

Si può fare, un passo alla volta.

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Sono Silvia Raldi, counselor maieutica e parent counselor. Aiuto le persone a intraprendere la propria strada e ad avere relazioni migliori con sé stesse, in famiglia e con gli altri.

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