
Ciao sono Silvia, Counselor maieutica e parental counselor per genitori e persone in cerca della propria direzione e del proprio passo, senza perdere la bussola.

Prova a fare un esercizio: prendi una qualsiasi fiaba che conosci. Ora immagina che l'eroe non sia un personaggio senza età, sospeso nel tempo di un «c'era una volta», immagina che abbia quindici anni, il telefono in tasca, le cuffie alle orecchie, e una stanza in disordine al primo piano di casa tua.
Cambia tutto, vero? Improvvisamente la storia non è più una favola lontana. Come parent counselor lavoro ogni giorno con genitori che mi descrivono la stessa scena: un figlio che si chiude, che risponde a monosillabi, che sembra abitare un pianeta diverso. La domanda che mi portano è sempre la stessa: «Come faccio a capirlo?» Non come faccio a parlargli — a parlargli ci provano, spesso con grande impegno. Ma come faccio a capirlo. A vedere quello che ha dentro, anche quando non lo mostra.
Ho scelto sei fiabe, ti chiedo di rileggerle con un'unica domanda in testa: e se il protagonista fosse un adolescente? Non per trasformare le storie in qualcosa che non sono, ma per riconoscere in esse quello che già raccontano da millenni — il viaggio interiore di chi sta diventando adulto, con tutta la paura, la rabbia, la vergogna e il desiderio che questo comporta.
Immagina che il Piccolo Principe non abiti su un asteroide lontano, ma nella stanza in fondo al corridoio. Ha quindici anni, passa molto tempo da solo, non perché non abbia amici, ma perché dentro di sé c'è un posto dove nessuno ancora riesce ad arrivare. A scuola funziona, a casa risponde, ma lo sguardo è sempre un po' altrove, come se stesse cercando qualcosa che non sa ancora nominare.
Ha una rosa. Forse è una persona, forse è una passione, forse è un'idea di sé che coltiva in segreto e che non mostrerebbe mai per paura che venga giudicata, distrutta, sminuita. A quella rosa dedica un'attenzione assoluta e irrazionale e non riesce a spiegare perché, perché non ha ancora le parole per dire che si è preso cura di lei, e che questo la rende unica.
L'adolescente-Piccolo Principe impara dalla volpe la cosa più difficile dell'età che sta attraversando: che creare un legame vero richiede tempo, rituali, presenza ripetuta. Non i grandi gesti, non le dichiarazioni. ma il mercoledì pomeriggio sempre uguale, la domanda che torna ogni sera alla stessa ora. È questo che costruisce la fiducia — e lui lo sa, anche se non ammetterà mai.
Quello che tuo figlio ti chiede, quando è in questo posto interiore, non è di risolvere la sua solitudine, ma di essere riconoscibile, costante, un punto fermo in un mondo che sente cambiare troppo in fretta. Il tuo ruolo di aiutante magico (come nello schema di Propp) è fatto di continuità silenziosa: esserci, non necessariamente con le parole giuste, ma con il corpo presente, con la routine, con quella domanda banale fatta ogni sera che a lui, anche se non lo dirà mai, dice: sei visto e amato.
Dimentica la versione Disney: immagina che la Bestia abbia tredici anni e viva a casa tua. Non ruggisce, o forse sì, sbatte le porte, risponde male, alza la voce per ragioni che sembrano sproporzionate. È spaventosa nella sua intensità, e tu a volte hai paura di avvicinarti, di dire la cosa sbagliata, di scatenare una reazione che non sai come gestire.
Ma la Bestia, nella fiaba originale, non è crudele: è sola. È imprigionata in una forma che non ha scelto e che spaventa anche lei. La rabbia che mostra è quasi sempre la versione travestita di qualcosa di più fragile: la paura di non essere amabile, il terrore di essere rifiutato, il dolore di chi ha imparato che allontanare per prima fa meno male di essere allontanato. Tuo figlio adolescente, quando esplode, non sta cercando di ferirti, ma di proteggersi con gli unici strumenti che ha, in quel momento.
Bella non vince la Bestia combattendola, ma restando al suo fianco. Con una pazienza che non è rassegnazione, ma scelta consapevole di vedere oltre la forma spaventosa. È questo il suo atto eroico: restare abbastanza a lungo da cogliere il momento in cui la maschera cade, anche solo per poco, e scoprire che lì dentro c'è qualcosa di umano, di tenero, di reale.
Il dono che puoi consegnare da donatore, non è la soluzione del conflitto: ma riuscire a stare dentro l'emozione senza esserne travolti. Tuo figlio ti guarda, anche quando finge di non farlo. Il modo in cui tu resti, nel momento della Bestia, è ciò che conserverà nel cuore più di qualsiasi parola.
Pinocchio ha sedici anni ma non ha il naso che si allunga: mente in modi molto più sottili — o in modi che sembrano sottili, finché non scopri quello che nascondeva. Mente perché sta ancora costruendo chi è, e i pezzi non tornano ancora tutti insieme, per proteggersi dalla vergogna, per non deluderti, per guadagnare uno spazio che non sa ancora come chiedere in altro modo.
Pinocchio non è fatto di sole bugie, vorrebbe disperatamente essere reale, sentirsi intero, riconosciuto, degno. Deve entrare nel ventre della balena, il momento più buio e più spaventoso, prima di trovare la strada verso casa.
L'adolescente-Pinocchio è attirato dal Paese dei Balocchi, quella versione brillante e vuota della libertà che la sua età gli propone in continuazione, dove non ci sono regole, non ci sono conseguenze, non ci sono adulti che rompono. In qualche angolo di sé lo sa che è una trappola, ma il richiamo è troppo allettante e il Grillo Parlante, la voce della guida adulta, viene ascoltato troppo tardi per evitare il guaio.
Il tuo ruolo è fare come Geppetto: entrare nella balena per cercarlo, restare lì quando lui riesce a uscire. Non con il rimprovero, non con il «te l'avevo detto» ma con le braccia aperte per chi torna. Il dono più prezioso che un Donatore possa offrire è la certezza che, qualunque cosa accada nel viaggio, c'è ancora un posto dove tornare.
Alice a quattordici anni non cade in una tana di coniglio. Si sveglia la mattina, si guarda allo specchio, e quello che vede non corrisponde ancora a niente di definito. Il corpo è cambiato in modi che non ha scelto. Le regole sociali tra i coetanei si sono fatte improvvisamente dense e instabili: quello che ieri era accettato oggi è imbarazzante, quello che ieri era ovvio oggi richiede una negoziazione continua. Le persone intorno a lei sembrano tutte parlare una lingua che lei capisce a metà.
Il Paese delle Meraviglie è l'adolescenza: un posto dove le dimensioni cambiano di continuo, dove l'identità si allunga e si restringe a seconda del contesto, dove le regole sembrano scritte da qualcuno che non le ha spiegate a nessuno. L'ansia che molti ragazzi portano in questo periodo è la risposta ragionevole di qualcuno che si trova in un territorio che non conosce ancora, senza mappa e senza bussola.
Alice non viene salvata da chi la rassicura: non c'è nessun adulto nel Paese delle Meraviglie che le dica «andrà tutto bene». Viene salvata dall'aver trovato, dentro di sé, la capacità di stare nell'assurdo senza perdere il senno del tutto, di continuare a chiedersi chi è, anche quando la risposta cambia ogni ora.
Quello che tu puoi fare e che vale infinitamente di più di qualsiasi rassicurazione è essere il punto fisso fuori dal Paese delle Meraviglie. Il dono che offri da Donatore è la tolleranza dell'incertezza: la capacità di stare accanto senza avere risposte pronte e senza precipitare nel panico con lei.
Anche qui, non la versione Disney. La Sirenetta originale di Andersen ha sedici anni, l'età esatta in cui, nella storia, ottiene il permesso di salire in superficie per la prima volta. Guarda il mondo degli umani e ne è folgorata: vuole appartenere a quel mondo. Vuole essere vista, riconosciuta, amata da qualcuno che non sa ancora nemmeno che lei esiste.
E rinuncia alla sua voce per farlo. Non è una scelta stupida: è una scelta disperata, come quasi tutte le scelte che fanno gli adolescenti quando il bisogno di appartenenza diventa insopportabile. Ogni giorno, in misura diversa, tua figlia fa qualcosa di simile: silenzia una parte di sé, le proprie opinioni, i propri gusti, il proprio modo di essere originale e unica, per avvicinarsi al gruppo, per non sembrare fuori posto, per non restare sola. Lo vedi nel modo in cui si veste, nelle cose che dice e in quelle che smette di dire, negli amici che frequenta e in quelli che abbandona.
La Sirenetta cammina con un dolore sordo ad ogni passo, perché ogni passo sul terreno degli umani costa qualcosa. Alla fine non ottiene quello che sperava. Andersen non mente: il prezzo dell'appartenenza a tutti i costi è reale, e i figli lo pagano, anche quando non lo raccontano.
Quello che puoi fare, e che nessun discorso sull'autostima riuscirà mai a sostituire, è essere il luogo dove la sua vera voce non viene mai messa a tacere. La casa dove può togliere la maschera del gruppo, dove può essere strana, contraddittoria, incoerente, senza che questo costi niente. Essere Aiutanti Magici, significa accogliere il figlio che torna, con la maschera ancora addosso, senza giudicarlo. Significa lasciare che sappia, senza doverlo dichiarare, che con te non ha bisogno di rinunciare alla sua voce.
Vassilissa ha diciassette anni e ha già perso qualcosa di fondamentale: la madre, una certezza, una versione di sé in cui si riconosceva. Entra in adolescenza con questa perdita addosso, con la bambola di legno in tasca, il dono che le è rimasto e con la necessità di attraversare una foresta che lei non ha scelto.
La bambola non è un oggetto magico nel senso fiabesco del termine. È la voce interiore che le è stata consegnata da chi l'ha amata. È quello che aveva imparato guardando, ascoltando, essendo cresciuta in un certo modo. Quella voce la guida, ma solo se viene nutrita. Solo se Vassilissa le presta attenzione, se si ferma ad ascoltarla invece di ignorarla nel rumore del mondo.
La Baba Yaga non è semplicemente la cattiva della storia. È la prova vera: ambivalente, antica, potente, impossibile da aggirare. È la difficoltà che non si può evitare, il momento in cui non bastano le scorciatoie, né la furbizia. Vassilissa la attraversa rimanendo fedele a quello che porta dentro. Quando esce dalla foresta, non è più la stessa di quando è entrata.
Questa fiaba parla di qualcosa che riguarda te in modo diretto. La bambola è ciò che hai già consegnato, non attraverso i grandi discorsi, ma attraverso i momenti quotidiani, le scelte che ha visto fare, i valori che ha respirato, la cura con cui hai risposto quando aveva paura. Tutto questo è dentro tuo figlio/figlia, anche quando sembra non ascoltarti. Il lavoro del Donatore è spesso silenzioso e invisibile, si compie anni prima che l'eroe ne abbia bisogno: fidati di quello che hai già dato.
Guarda ora queste sei storie insieme, come se le disponessi in fila: un quindicenne che abita un pianeta tutto suo e cerca qualcuno che sappia addomesticarlo con pazienza, un tredicenne che ruggisce per non mostrare quanto è spaventato, un sedicenne che si perde nel Paese dei Balocchi e ha bisogno di qualcuno che entri nella balena per cercarlo; una quattordicenne che cresce e rimpicciolisce ogni giorno senza capire perché, una sedicenne che cammina con dolore pur di appartenere e una diciassettenne che affronta la foresta con il dono di sua madre in tasca, senza esserne consapevole.
Sono personaggi che esistono da secoli. Ma sono anche, con tutta probabilità, tuo figlio/figlia in un momento diverso, in un giorno diverso, in una versione di sé che forse non ti ha ancora mostrato. Le fiabe lo sapevano prima di noi. Sapevano che l'adolescenza è un viaggio pieno di pericoli necessari, di prove che non si possono evitare, di foreste da attraversare che trasformano chi ci entra.
E sapevano anche, da sempre, che nessun eroe viaggia da solo: c'è sempre un Donatore che ha consegnato qualcosa di prezioso prima della partenza o un Aiutante Magico che riappare nel momento del bisogno (quella voce depositata, quell'abbraccio ricordato, quella regola che sembrava un ostacolo e invece era una mappa). Vladimir Propp lo aveva scoperto analizzando centinaia di storie provenienti dalle fiabe russe: sotto ogni fiaba, gli stessi ruoli.
L'aiutante dei protagonisti delle fiabe sei tu con la tua presenza costante, con i tuoi limiti e imperfezioni, con i consigli che sembrano non essere ascoltati e le regole che fanno alzare gli occhi al cielo. Stai consegnando qualcosa ogni giorno, anche quando non sembra, anche quando lui prende il dono con un mezzo sorriso e lo mette in tasca senza guardarci. Come quando insegnavi a camminare a tuo figlio piccolo: ad un certo punto le mani si aprono, non lo si regge più, ma le braccia restano vicine, pronte a contenere la caduta, non a impedirla. Quello spazio tra le vostre braccia aperte e il suo corpo che barcolla, è il tuo ruolo adesso.
Sono Silvia Raldi, counselor maieutica e parent counselor. Aiuto le persone a intraprendere la propria strada e ad avere relazioni migliori con sé stesse, in famiglia e con gli altri.
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