
Ciao sono Silvia, Counselor maieutica e parental counselor per genitori e persone in cerca della propria direzione e del proprio passo, senza perdere la bussola.

Prova a fare un esercizio. Prendi una fiaba che conosci a memoria, una di quelle che forse hai letto anche a lui, quando era piccolo. Ora immagina che l'eroe non abbia un'età sospesa nel tempo di un “C'era una volta”, ma quindici anni, il telefono sempre in mano, le cuffie alle orecchie, e una porta chiusa in fondo al corridoio.
Cambia tutto, vero?
Nelle mie sessioni di parent counseling incontro spesso genitori che mi raccontano la stessa scena. Un figlio che si chiude, che risponde a monosillabi, che sembra abitare un pianeta tutto suo, a tre metri di distanza dalla cucina. La domanda che mi portano quasi mai è "Come faccio a parlargli": a parlargli ci provano già, spesso con grande impegno, ma la domanda vera è un'altra.
"Come faccio a capirlo?"
Come si fa a vedere quello che ha dentro, anche quando non lo mostra e sembra proprio deciso a non mostrarlo a nessuno, tanto meno a te.
Ho scelto sei fiabe che conosci bene e ti propongo di rileggerle con una sola domanda in testa: e se il protagonista fosse un adolescente? Non per stravolgerle ma per riconoscere quello che raccontano da millenni, cioè il viaggio di chi sta diventando adulto, con tutta la paura, la rabbia, la vergogna e il desiderio che questo comporta.
Quando sei dentro la scena, capire è quasi impossibile.
La porta che sbatte alle otto di sera, il piatto lasciato a metà, il tono che ti arriva come uno schiaffo mentre stavi solo chiedendo com'è andata a scuola. In quel momento non stai osservando tuo figlio: stai reagendo. E reagisci con stanchezza della giornata sulle spalle, la preoccupazione che ti porti dietro da settimane e la paura, sotto tutto il resto, di stare sbagliando qualcosa di irreparabile.
Le fiabe funzionano perché permettono di spostare lo sguardo.
Sono storie che conosci già, quindi non devi decifrarle, parlano di qualcun altro, quindi non ti mettono sotto accusa. E soprattutto sono storie costruite, da secoli, esattamente sulla stessa struttura che tuo figlio sta attraversando adesso: qualcuno che parte, che si perde, che affronta prove che non può evitare e che torna diverso da com'era partito. Nessuna fiaba è mai stata scritta per un eroe che resta a casa.
C'è un motivo se funzionano così bene. Chi le ha raccontate per generazioni, davanti al fuoco, non aveva manuali di psicologia dell'adolescenza: aveva l'osservazione e l'esperienza. Guardava i ragazzi allontanarsi da casa, sbagliare, spaventarsi, e tornare adulti. E metteva quel passaggio dentro una storia, perché fosse più facile da tramandare e da sopportare.
Quindi no, non ti sto chiedendo di leggere le fiabe a tuo figlio. Ti sto chiedendo di rileggerle tu, per un pomeriggio, con lui o lei in mente.
Le storie, del resto, restano uno dei pochi terreni dove possiamo ancora incontrarci con i nostri figli senza che si sentano sotto esame. Se le fiabe ti sembrano troppo lontane dalla sua età, i film sull'adolescenza da guardare insieme fanno lo stesso lavoro con un linguaggio che lui riconosce come suo.
Immagina che il Piccolo Principe non viva su un asteroide lontano, ma nella stanza in fondo al corridoio. Ha quindici anni. Passa molto tempo da solo, non perché non abbia amici, ma perché dentro di sé c'è un posto dove nessuno riesce ancora ad arrivare. A scuola funziona, a casa risponde, ma lo sguardo è sempre un po' altrove, come se cercasse qualcosa che non sa ancora nominare.
Ha una rosa. Forse è una persona, forse una passione, forse un'idea di sé che coltiva in segreto e che non mostrerebbe mai, per paura che venga giudicata o sminuita. A quella rosa dedica un'attenzione assoluta e non saprebbe spiegarti perché: non ha ancora le parole per dire che prendersene cura è esattamente ciò che la rende unica.
Dalla volpe impara la cosa più difficile di questa età. Che un legame vero si costruisce con il tempo, con i rituali, con la presenza ripetuta. Non i grandi gesti. Il mercoledì pomeriggio sempre uguale. La domanda che torna ogni sera alla stessa ora, quella che a te sembra banale e che a volte ti sembra pure inutile fare. È questo che costruisce la fiducia, e lui lo sa, anche se non te lo dirà mai.
Cosa ti sta chiedendo davvero: quando tuo figlio è in questo posto interiore, non ti chiede di risolvere la sua solitudine. Ti chiede di essere riconoscibile, costante, un punto fermo in un mondo che sente cambiare troppo in fretta. Il tuo compito qui è fatto di continuità silenziosa: esserci, non necessariamente con le parole giuste, ma con la routine e con quella domanda ripetuta ogni sera che gli dice, senza bisogno di dirlo, sei visto.
Dimentica la versione che conosci meglio. Immagina che la Bestia abbia tredici anni e viva a casa tua. Sbatte le porte, risponde male, alza la voce per motivi che ti sembrano sproporzionati. È così intensa che a volte hai paura di avvicinarti, di dire la cosa sbagliata, di far scoppiare qualcosa che poi non sai come gestire.
Ma la Bestia, nella fiaba, non è crudele, è sola. È imprigionata in una forma che non ha scelto e che spaventa anche lei, prima di tutto.
La rabbia che tuo figlio mostra è quasi sempre la versione travestita di qualcosa di più fragile. La paura di non essere amabile. Il terrore di essere rifiutato. Il sollievo illusorio di allontanare per primo, invece che rischiare di essere allontanato. Quando esplode, quasi mai sta cercando di ferirti: sta cercando di proteggersi con gli unici strumenti che ha in quel momento, che sono ancora pochi e piuttosto rozzi.
Bella non vince la Bestia combattendola. Resta al suo fianco, con una pazienza che non ha niente della rassegnazione ed è invece una scelta consapevole di guardare oltre la forma che spaventa. Resta abbastanza a lungo per cogliere l'attimo in cui la maschera cade e per scoprire che lì dietro si cela qualcosa di tenero e di reale.
Cosa ti sta chiedendo davvero: quello che puoi offrire in questi momenti non è la soluzione del conflitto, ma la capacità di restare dentro l'emozione senza esserne travolta. Tuo figlio ti guarda, anche quando finge di non farlo. Il modo in cui tu resti, nel momento della Bestia, conta più di qualsiasi discorso farai dopo.
Pinocchio ha sedici anni e non ha il naso che si allunga. Mente in modi molto più sottili, o che sembrano sottili finché non scopri cosa nascondevano davvero.
Mente perché sta ancora costruendo chi è, e i pezzi non tornano tutti insieme. Mente per proteggersi dalla vergogna. Mente per non deluderti, il che è quasi commovente se ci pensi, perché significa che il tuo giudizio gli importa ancora moltissimo. E mente per guadagnare uno spazio che non sa ancora come chiedere in altro modo.
Non è fatto di sole bugie, però. Vorrebbe disperatamente sentirsi reale, intero, riconosciuto, degno. E prima di trovare la strada verso casa deve attraversare il momento più buio di tutta la storia.
L'adolescente-Pinocchio è attirato dal Paese dei Balocchi, quella versione brillante e vuota della libertà che la sua età gli propone di continuo: niente regole, niente conseguenze, nessun adulto che rompe. In qualche angolo di sé sa benissimo che è una trappola. Ma il richiamo è troppo forte, e la voce della guida adulta viene ascoltata quasi sempre troppo tardi per evitare il guaio.
Cosa ti sta chiedendo davvero: il tuo ruolo, quando il guaio è successo, è andare a cercarlo. Non con il rimprovero, non con il «te l'avevo detto», ma con le braccia aperte per chi torna. Il dono più prezioso che puoi consegnargli è la certezza che, qualunque cosa succeda nel viaggio, esiste ancora un posto dove tornare senza dover prima superare un processo.
Alice, a quattordici anni, non cade in nessuna tana di coniglio. Si sveglia la mattina, si guarda allo specchio e quello che vede non corrisponde ancora a niente di definito. Il corpo è cambiato in modi che non ha scelto. Le regole tra coetanei si sono fatte improvvisamente dense e instabili: quello che ieri andava bene oggi è imbarazzante, quello che ieri era ovvio oggi richiede una trattativa continua.
Il Paese delle Meraviglie è l'adolescenza. Un posto dove le dimensioni cambiano in continuazione, dove l'identità si allunga e si restringe a seconda di chi hai davanti, dove le regole sembrano scritte da qualcuno che non le ha spiegate a nessuno.
L'ansia che molti ragazzi portano in questo periodo, e che magari vedi comparire la domenica sera o prima di una festa, è la reazione ragionevole di chi si trova in un territorio che ancora non conosce, senza mappa e senza bussola.
Vale anche per te, del resto. Anche tu stai attraversando un territorio nuovo, e ho provato a disegnartene una mappa per orientarti in questa fase, con quello che succede dentro un ragazzo mentre cambia.
Alice non viene salvata da chi la rassicura. Nel Paese delle Meraviglie non c'è nessun adulto che le dice «andrà tutto bene», e forse è un bene così. Viene salvata dall'aver trovato dentro di sé la capacità di stare nell'assurdo senza perdere il filo, di continuare a chiedersi chi è anche quando la risposta cambia ogni ora.
Cosa ti sta chiedendo davvero: essere il punto fisso fuori dal Paese delle Meraviglie. Restare accanto senza avere sempre una risposta pronta e, soprattutto, senza precipitare nel panico insieme a lei. La tua calma vale più di qualsiasi rassicurazione, perché è l'unica cosa che le dimostra che quel territorio si può attraversare.
Anche qui, non la versione che conosci meglio. La Sirenetta di Andersen ha sedici anni, l'età esatta in cui nella storia ottiene il permesso di salire in superficie per la prima volta. Guarda il mondo degli umani e ne resta folgorata. Vuole appartenere a quel mondo. Vuole essere vista da qualcuno che non sa ancora nemmeno che lei esiste.
E rinuncia alla sua voce per riuscirci.
Non è una scelta stupida. È una scelta disperata, come quasi tutte le scelte che fanno i ragazzi quando il bisogno di appartenenza diventa insopportabile. Ogni giorno, in misura diversa, tua figlia fa qualcosa di simile: mette a tacere un pezzo di sé, un'opinione, un gusto, un modo di essere originale, per avvicinarsi al gruppo e non sembrare fuori posto. Lo vedi nel modo in cui si veste. Nelle cose che dice e in quelle che smette di dire. Negli amici che frequenta e in quelli che lascia senza spiegazioni.
Alla fine la Sirenetta non ottiene quello che sperava, e il prezzo che ha pagato resta. Andersen non lo nasconde e non lo addolcisce. Anche i nostri figli pagano un prezzo per appartenere, anche quando a casa non lo raccontano.
Cosa ti sta chiedendo davvero: essere il luogo dove la sua vera voce non viene mai messa a tacere. La casa dove può togliersi la maschera del gruppo ed essere strana, contraddittoria, incoerente, senza che questo le costi niente. Nessun discorso sull'autostima potrà mai sostituire l'esperienza concreta di un posto dove non deve recitare.
Vassilissa ha diciassette anni e ha già perso qualcosa di fondamentale: la madre, una certezza, una versione di sé in cui si riconosceva. Entra nell'adolescenza con questa perdita addosso, con una bambola di legno in tasca, l'unico dono che le è rimasto, e con una foresta da attraversare che non ha scelto.
La bambola non è magica nel senso in cui lo sono gli oggetti delle fiabe. È la voce interiore che le è stata consegnata da chi l'ha amata: quello che ha imparato guardando, ascoltando, crescendo in un certo modo. Quella voce la guida, ma solo se viene nutrita, cioè solo se Vassilissa si ferma ad ascoltarla invece di lasciarla annegare nel rumore del mondo.
La strega che abita la foresta non è semplicemente la cattiva della storia. È la prova vera: antica, ambivalente, impossibile da aggirare. È la difficoltà che non si può evitare, il momento in cui non bastano più la furbizia e le scorciatoie. Vassilissa la attraversa restando fedele a quello che porta dentro, ed esce dalla foresta diversa da come vi era entrata.
Cosa ti sta chiedendo davvero: questa fiaba, più delle altre, riguarda te. La bambola è ciò che hai già consegnato a tuo figlio, non attraverso i grandi discorsi, ma nei momenti quotidiani: le scelte che ti ha visto fare, i valori che ha respirato in casa, la cura con cui hai risposto quando aveva paura del buio. Tutto questo è già dentro di lui, anche quando sembra non ascoltarti. Il lavoro più importante che hai fatto è spesso quello silenzioso, compiuto anni prima che servisse.
Se stasera provassi a rileggere Pinocchio con un sedicenne, andrebbe male e lo sappiamo entrambe.
Ma queste sei storie non sono un esercizio da fare con lui.
Sono un esercizio da fare per te, per guardare quello che sta vivendo con occhi diversi da quelli che hai quando sei dentro alla scena, con la porta che sbatte e il nodo allo stomaco. Da fuori, con la distanza di una storia che conosci da sempre, certi comportamenti smettono di sembrare capricci o attacchi personali e cominciano a somigliare a quello che sono: le tappe di un viaggio che tuo figlio sta facendo per la prima volta, e da solo.
Non serve che lui sappia niente di tutto questo. Serve che tu, la prossima volta che la Bestia ruggisce o che Alice ti guarda come se non ti riconoscesse, riesca a ricordarti che dietro c'è un ragazzo che sta ancora imparando a stare in un mondo che gli cambia sotto i piedi.
Guarda ora le sei storie in fila, una accanto all'altra.
Un quindicenne che abita un pianeta tutto suo e aspetta qualcuno capace di avvicinarlo con pazienza. Un tredicenne che ruggisce per non far vedere quanto è spaventato. Un sedicenne che si perde nel Paese dei Balocchi e ha bisogno che qualcuno vada a cercarlo. Una quattordicenne che cresce e rimpicciolisce ogni giorno senza sapere perché. Una sedicenne che cammina con dolore pur di appartenere. Una diciassettenne che affronta la foresta con un dono in tasca di cui non è nemmeno consapevole.
Sono personaggi che esistono da secoli. Ma sono anche, con ogni probabilità, tuo figlio in un giorno diverso, in una versione di sé che magari non ti ha ancora mostrato.
Le fiabe lo sapevano prima di noi. Sapevano che l'adolescenza è un viaggio pieno di prove necessarie, di foreste che trasformano chi ci entra. E sapevano anche che nessun eroe viaggia da solo. In ogni storia c'è qualcuno che ha consegnato qualcosa di prezioso prima della partenza, e qualcuno che ricompare nel momento del bisogno: quella voce depositata, quell'abbraccio ricordato, quella regola che sembrava un ostacolo e invece era una mappa.
Quel qualcuno, nella vita di tuo figlio, sei tu. Con la tua presenza costante, con i tuoi limiti e le tue imperfezioni, con i consigli che sembrano cadere nel vuoto e le regole che fanno alzare gli occhi al cielo. Stai consegnando qualcosa ogni giorno, anche quando non sembra, anche quando lui lo prende con un mezzo sorriso e se lo mette in tasca senza guardarti.
Solo che nessuno lo dice, a chi accompagna. È il motivo per cui accompagno i genitori a orientarsi in questo passaggio: anche chi tiene la rotta ha bisogno, ogni tanto, di qualcuno che gli confermi che la sta tenendo.
È come quando gli insegnavi a camminare. A un certo punto le mani si aprono, non lo reggi più, ma le braccia restano vicine, pronte a contenere la caduta e non a impedirla.
Quello spazio tra le tue braccia aperte e il suo corpo che barcolla è il tuo ruolo, adesso.
Non servono grandi cambiamenti, bastano due gesti piccoli, ripetuti abbastanza a lungo da diventare riconoscibili.
Il primo: scegli una fiaba fra queste sei, quella che leggendo ti ha fatto pensare a tuo figlio più delle altre, e tienila in mente per una settimana. Ti servirà come punto di riferimento nei momenti in cui ti sembra di non capirlo, per ricordarti che dietro il comportamento che vedi, c'è un'emozione ancora senza nome.
Il secondo: trova il tuo pomeriggio. Un momento fisso, brevissimo, che si ripete sempre uguale e senza secondi fini. Il tragitto in macchina, i dieci minuti in cucina prima di cena, il messaggio della domenica sera. Non serve che parliate di cose importanti, anzi, all'inizio è meglio di no. Serve che ci sia, che torni e che lui possa contarci senza doverlo chiedere.
Il resto arriva dopo, quando l'abitudine ha creato lo spazio.
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Sono Silvia Raldi, counselor maieutica e parent counselor. Aiuto le persone a intraprendere la propria strada e ad avere relazioni migliori con sé stesse, in famiglia e con gli altri.
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