
Ciao sono Silvia, Counselor maieutica e parental counselor per genitori e persone in cerca della propria direzione e del proprio passo, senza perdere la bussola.

C’è stato un periodo della mia vita in cui il mio modo di gestire i conflitti era semplice: scomparire.
Non fisicamente, certo. Ma dentro, sì. Qualcuno alzava la voce, qualcuno mi guardava con disapprovazione, qualcuno aveva un’aspettativa che non riuscivo a soddisfare, e io mi ritiravo. Annuivo, cambiavo argomento. Mi dicevo che non era poi così importante, che era meglio lasciar correre.
Per anni ho creduto che questa fosse la scelta giusta. La scelta della persona equilibrata, di chi non si fa coinvolgere in inutili schermaglie quotidiane. In realtà stavo solo evitando di sentire qualcosa che mi spaventava.
Se ti riconosci in questo, se anche tu hai imparato a fare la pace a tutti i costi, anche a costo di sparire un po’ ogni volta, questo articolo è per te.
Non c’è stato un singolo episodio clamoroso. C’è stato, piuttosto, un accumulo. Una serie di piccole rinunce che, messe una sull’altra, avevano costruito una distanza progressiva tra me e le persone a cui tenevo di più.
Mi ricordo bene una sera in particolare. Ero seduta, in silenzio, dopo una discussione che avevo evitato per settimane e che alla fine era esplosa comunque, nel modo peggiore possibile. Tutto quello che avevo trattenuto era uscito insieme, confuso, sproporzionato rispetto al motivo scatenante. E dall’altra parte, la persona con cui stavo parlando sembrava più sorpresa che arrabbiata. Come se non avesse mai saputo che quelle cose mi pesassero così tanto.
E in effetti non lo sapeva: perché io non gliel’avevo mai detto.
In quel momento ho realizzato una cosa che mi ha attraversata come una scossa. Fuggire ed esplodere non sono due strategie diverse. Sono la stessa cosa, vissuta a velocità diverse. Entrambe nascono dalla stessa mancanza: non sapere come stare dentro un conflitto mentre sta accadendo, in modo presente, lucido, vero.
Avevo passato anni a scegliere tra tenermi tutto dentro e far esplodere tutto fuori, convinta che fossero le uniche due strade possibili. Non avevo mai considerato che potesse esistere una terza via: restare. Restare nella tensione, nel disagio, nell’imprevisto, senza fuggire e senza esplodere.
Quella sera ho capito che non sapevo farlo. E ho capito anche che era arrivato il momento di imparare.
Negli anni successivi ho iniziato un percorso al Centro Psicopedagogico di Daniele Novara, prima come persona, poi come professionista, che mi ha portata a guardare i conflitti da un’angolazione completamente diversa.
La prima cosa che ho imparato è che non sempre un conflitto si risolve.
Per molto tempo avevo vissuto ogni tensione non risolta come un fallimento. Se non trovavo una soluzione, voleva dire che avevo sbagliato qualcosa. Questa convinzione mi teneva in un’ansia costante: la corsa verso la soluzione immediata, come se ogni conflitto fosse un’emergenza da disinnescare il prima possibile.
Poi ho scoperto che anche quando non arriva una soluzione, può sempre cambiare la prospettiva.
Sembra una sfumatura piccola, ma non lo è. Un conflitto non è sempre un nodo da sciogliere entro sera. A volte resta lì, aperto, e il punto non è chiuderlo a ogni costo. Il punto è come lo attraverso, cosa vedo mentre lo attraverso, chi sono quando ne esco dall’altra parte.
Significa che non sono più ostaggio dell’esito. L’importante non è risolvere i conflitti, ma imparare ad abitarli. Posso entrare in una situazione difficile sapendo che, anche se le cose non si sistemano come vorrei, io posso uscirne diversa, con uno sguardo nuovo e con una comprensione che prima non avevo.
Questa consapevolezza mi ha tolto un fardello pesante dalle spalle. Non devo più portare la responsabilità di far funzionare tutto, subito, e sempre. Posso semplicemente esplorare punti di vista che prima non vedevo. E l’esplorazione, a differenza della soluzione, è sempre disponibile: non dipende dall’altro, non dipende da come vanno le cose. Dipende solo dalla mia disponibilità a guardare.
C’è un’immagine che porto sempre con me, e che spesso condivido con le persone che accompagno: ogni conflitto è uno specchio.
Riflette qualcosa di te, dell’altra persona, della relazione che vi lega. E quello che riflette spesso non si vede in nessun’altra circostanza. Nell’armonia apparente tutto resta in superficie, tranquillo e sotto controllo. È nel momento della tensione che emergono i bisogni veri, le paure, le aspettative non dette.
Per tanto tempo ho inseguito quell’armonia a ogni costo. La pace a tavola, il tono gentile, il non disturbare. Solo che l’armonia costruita sul silenzio non è pace: è una tregua che tiene finché nessuno chiede troppo. È una condizione che non si può sostenere a lungo, perché ci obbliga a nascondere una parte di noi per far stare comodo chi ci sta intorno.
E prima o poi quella parte nascosta si fa sentire: nella stanchezza, nel risentimento, in quelle esplosioni sproporzionate di cui parlavo prima.
Il confronto, invece, per quanto scomodo, è il momento in cui la relazione dice la verità. Lì escono i bisogni che nessuno aveva nominato, i confini che nessuno aveva tracciato, le cose che contano davvero per ognuno. Quando arriva un confronto, non vuol dire per forza che qualcosa si sta rompendo. Molto spesso vuol dire che qualcosa, finalmente, sta diventando reale.
Per me è stato così tante volte. Situazioni che all’inizio sembravano riguardare una sciocchezza, un orario, una parola fuori posto, una decisione presa senza consultarmi, e che invece, scavando, parlavano di qualcosa di molto più profondo: il bisogno di essere considerata, di essere vista, di contare davvero per qualcuno.
Quando ho iniziato a guardare i conflitti così, come specchi e non come ostacoli, qualcosa si è spostato dentro di me. Non li temevo più allo stesso modo. Iniziavo a essere curiosa: cosa mi sta mostrando questa situazione? Cosa posso scoprire di me?
Questo cambio di sguardo non ha reso i conflitti indolori, ma li ha trasformati in qualcosa che, paradossalmente, ho imparato ad accogliere. Perché ogni volta, dall’altra parte, c’era una scoperta che valeva il disagio attraversato.
Se devo individuare la competenza più importante che ho costruito in questi anni, è questa: la capacità di stare nell’imprevisto relazionale.
Intendo tutte quelle situazioni in cui le cose non vanno come ti aspettavi nella relazione con l’altro: non sei ascoltata quando pensavi di esserlo, non vieni considerata in una decisione che ti riguarda oppure sei vista nel momento in cui avresti avuto più bisogno di esserlo.
Sono esperienze che fanno male. Lo so bene, perché le ho vissute, e in alcuni periodi della mia vita le ho vissute spesso. Ricordo la frustrazione di percepire il disinteresse di chi avevo davanti, quel senso di non essere vista che ti fa sentire trasparente, come se le tue parole cadessero nel vuoto.
Per molto tempo ho interpretato queste esperienze come prove della mia inadeguatezza. Se non mi ascoltano, forse non ho detto le cose nel modo giusto. Se non mi considerano, forse non valgo abbastanza da essere considerata.
Oggi le leggo in modo completamente diverso. Quelle esperienze sono state le mie maestre più importanti. Mi hanno insegnato che la vera competenza non sta nell’evitare queste situazioni, perché non si possono evitare, fanno parte di ogni relazione umana, sta nel saperle abitare con consapevolezza.
C’è stato un momento, in questo percorso, che ha segnato uno spartiacque vero e proprio. È il momento in cui mi sono permessa, per la prima volta, di dire la mia dentro un conflitto invece di sparire. E, quasi in parallelo, il momento in cui ho sperimentato su di me la maieutica, lo stesso metodo con cui oggi accompagno le altre persone.
C’è un episodio che ricordo con molta chiarezza, perché è stato il primo vero segnale che qualcosa stava cambiando in me.
Stavo collaborando con un’associazione per organizzare la seconda edizione di un corso. Mi occupavo della segreteria, dei contatti con i docenti, della promozione sui social. Era un lavoro basato sulla fiducia reciproca, sulla parola data. Niente contratti scritti, solo consonanza di visioni e voglia di collaborare.
La questione economica per me era secondaria. Vedevo quella collaborazione come un’opportunità per entrare in un settore che mi interessava. Ero disposta a dare una mano, come sempre.
Durante l’estate ci furono dei cambiamenti. La referente regionale, con cui avevo un ottimo rapporto, dovette lasciare per problemi di salute. Arrivò una nuova figura. Intanto decidemmo di promuovere il corso attraverso un webinar in diretta.
Il webinar andò benissimo. Partecipai anche io, in qualità di ex corsista e segreteria organizzativa. Fummo tutte soddisfatte del risultato.
Solo dopo la presentazione, durante una telefonata, scoprii qualcosa che mi lasciò senza parole. La presidente dell’associazione non sapeva che collaboravo dal punto di vista lavorativo. Il problema si era posto solo perché mi aveva riconosciuta durante il webinar. Nessuno le aveva comunicato che mi occupavo della segreteria, perché lei si era dichiarata contraria all’aggiunta di un’ulteriore figura: avrebbe significato doverla pagare.
Rimasi sconcertata. Scoprii che persino la nuova referente regionale era al corrente di questa situazione. Mi sentii presa in giro, tradita nella fiducia.
Qualche giorno dopo, la nuova referente scrisse su WhatsApp che avrebbe pubblicato un post sul webinar, ma che non avrebbe potuto citare il mio nome, perché la mia posizione all’interno dell’associazione non era ancora definita.
Io, inizialmente, risposi che non c’era problema. Come sempre. Ma dentro di me cresceva una rabbia così forte che non riuscii più a trattenerla.
Scrissi un altro messaggio. Dissi che non ero d’accordo con quella scelta. Che avrei gradito essere informata prima. Che non c’era niente di male a inserire anche il mio nome, in quanto ex corsista e professionista.
Io, abituata a lavorare in contesti fortemente stressanti, a incassare, a contenere la frustrazione, a nascondere la delusione dicendo che va tutto bene, per la prima volta decisi di esprimere il mio disaccordo.
E lo feci in maniera piuttosto diretta, proprio perché poco abituata a farlo. Comunicai il mio profondo stupore nello scoprire, dopo quattro mesi di collaborazione, che a livello nazionale erano contrari alla mia presenza. Sapevo di trovarmi in una situazione poco chiara, ma non fino a quel punto.
La mia franchezza non venne accolta bene. La referente regionale mi disse che non le piacevano i miei toni. La sua totale assenza di empatía e di comprensione mi lasciò di stucco. Feci notare che nell’associazione esisteva la paura della parola e del conflitto, come se fosse qualcosa che destabilizza e rompe l’equilibrio. Sostenni invece che la presenza del conflitto è indice di salute, mentre è la sua assenza a essere il vero campanello d’allarme.
La rabbia e la frustrazione che provai mi impedirono di affrontare oltre la questione al telefono. Riuscii a farlo solo dopo due giorni, una volta presa la distanza dalla situazione. Il chiarimento avvenne prima con la responsabile didattica, che si scusò per non aver parlato prima con la presidente e per aver, in un certo senso, approfittato della mia disponibilità. Poi con la referente regionale, che avevo attaccato apertamente pur non avendo lei nessuna responsabilità sul silenzio riguardo alla mia posizione.
Quel momento è stato una svolta per me. Non perché abbia gestito tutto alla perfezione. Anzi: ho reagito in modo brusco, ho attaccato la persona sbagliata, ho dovuto fare i conti con la rabbia accumulata per mesi.
Ma ho imparato qualcosa di fondamentale. Dire la mia, esprimere il disaccordo, segnalare che c’era un problema non mi rendeva una persona difficile o sbagliata. Mi rendeva una persona che stava iniziando a rispettare se stessa.
Ho scoperto anche che l’eccessiva disponibilità, alla lunga, finisce per autorizzare gli altri ad approfittarsene. Non perché siano cattive persone, ma perché quando non dai segnali chiari di dove finisci tu e dove iniziano loro, il confine continua a spostarsi. Sempre un po’ più in là, sempre un po’ di più, fino a quando non crolla tutto.
E ho capito che evitare i conflitti non era forza, era paura.
È in quel periodo che la maieutica ha smesso di essere per me una parola da manuale ed è diventata un’esperienza. La maieutica parte da un principio semplice ma rivoluzionario: le risposte non arrivano da fuori, le contieni già. Il ruolo di chi accompagna, il mio ruolo, non è dire fai questo o fai quello, ma creare le condizioni perché la persona che ho davanti possa trovarle da sola, con i suoi tempi e con la sua voce.
Quando l’ho vissuto in prima persona, è stato come accendere una luce in una stanza che pensavo di conoscere a memoria. Mi sono trovata davanti a mobili di cui non conoscevo l’esistenza. Davanti a domande che non mi davano una direzione, ma mi aprivano uno spazio. E in quello spazio, lentamente, le mie risposte, che erano lì da sempre, semplicemente sepolte sotto anni di abitudine a non ascoltarmi, hanno iniziato a emergere.
È stata un’esperienza che definirei, senza esagerare, rivoluzionaria. Ha cambiato il mio approccio alla vita. Ha cambiato il modo in cui guardo le mie relazioni. E ha cambiato, in modo definitivo, il modo in cui ho scelto di lavorare con le altre persone.
Quando ho deciso di diventare counselor, sapevo già che non volevo essere una persona che dà risposte preconfezionate.
Non perché le risposte preconfezionate non funzionino, ma perché io so, per esperienza diretta, cosa significa essere accompagnata a tirar fuori le proprie risorse. So cosa si prova quando qualcuno ti pone una domanda che non avevi mai considerato, e quella domanda apre una porta che non sapevi nemmeno esistesse.
Per questo, nel mio lavoro, non offro soluzioni pronte da applicare. Creo le condizioni perché ciascuno possa scoprire ciò che serve, a un ritmo che è suo e di nessun altro.
Se stai leggendo questo articolo, probabilmente ti trovi in una di quelle fasi della vita in cui senti che qualcosa non funziona. Forse sei bloccata in una situazione che non sai come cambiare, hai già provato a risolvere da sola, ma ti ritrovi sempre nello stesso punto.
Probabilmente sei quella che dice sempre di sì, che regge qualsiasi carico. Quella che mette i suoi bisogni all’ultimo posto, convinta che sia la cosa giusta da fare, e poi si ritrova esausta, svuotata, senza sapere più cosa vuole davvero.
Forse hai paura di dire la tua, di esprimere il disaccordo, perché temi che questo ti renda una persona difficile. O forse ci hai già provato, ma è uscito tutto in modo brusco, e ti sei sentita in colpa per aver reagito così.
Quello che voglio dirti è che i conflitti che stai vivendo, con te stessa, con il tuo lavoro, con le persone che ami, non sono segnali di fallimento. Sono strumenti potentissimi di conoscenza, se impari a guardarli nel modo giusto.
Dentro di te esistono risorse interiori straordinarie. Il mio ruolo non è dirtele io, o indicarti la strada che devi prendere. Il mio ruolo è creare lo spazio perché queste risorse emergano naturalmente, al ritmo giusto per te.
Questo è il cuore di Astrolabio, il mio percorso di counseling individuale maieutico. Non ti do risposte. Ti accompagno a trovare quelle autentiche, quelle tue, che funzionano per la tua vita e non per la vita di qualcun altro.
Se ti senti fuori rotta, confusa, incagliata in una situazione di stallo senza sapere in quale direzione andare, Astrolabio è il compagno esperto del tuo viaggio interiore. Non cammino al posto tuo, nessuno può farlo. Ma ti aiuto a mantenere la rotta, a prendere fiato, a scorgere panorami e prospettive che da sola non riesci a vedere.
Alla fine del cammino ti ritrovi soddisfatta non solo per aver raggiunto una meta che sembrava lontana, ma soprattutto perché sarai riuscita ad attivare risorse interiori che non sapevi nemmeno di avere.
Grazie ad Astrolabio:
Se questa possibilità ti parla, scopri come funziona Astrolabio e prenota il tuo primo colloquio:
Sono Silvia Raldi, counselor maieutica e parent counselor. Aiuto le persone a intraprendere la propria strada e ad avere relazioni migliori con sé stesse, in famiglia e con gli altri.
Iscriviti alla mia newsletter mensile in cui ricevi ispirazioni dal mondo del counseling, spunti di riflessioni personali, consigli di lettura e novità esclusive.